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domenica 13 gennaio 2008

Vola solo chi osa farlo

[...] iniziarono a salire una scala a chiocciola che sembrava interminabile.
"Ho paura" stridette Fortunata.
"Ma vuoi volare, vero?" miagolò Zorba.
Dal campanile di San Michele si vedeva tutta la città. La pioggia avvolgeva la torre della televisione, e al porto le gru sembravano animali in riposo.
"Guarda, si vede il bazar di Harry. I nostri amici sono laggiù" miagolò Zorba.
"Ho paura! Mamma!" stridette Fortunata.
Zorba saltò sulla balaustra che girava attorno al campanile. In basso le auto sembravano insetti dagli occhi brillanti. L'umano prese la gabbiana tra le mani.
"No! Ho paura! Zorba! Zorba!" stridette Fortunata beccando le mani dell'umano.
"Aspetta. Posala sulla balaustra" miagolò Zorba.
"Non avevo intenzione di buttarla giù" disse l'umano.
"Ora volerai. Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E' acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali" miagolò Zorba.
La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L'umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi.
"La pioggia. L'acqua. Mi piace!" stridette.
"Ora volerai" miagolò Zorba.
"Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono" stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra.
"Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo" miagolò Zorba.
"Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti" stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perché come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi.
"Vola!" miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena.
Fortunata scomparve alla vista, e l'umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele.
Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa.
"Volo! Zorba! So volare!" strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L'umano accarezzo il dorso del gatto.
"Bene, gatto. Ci siamo riusciti" disse, sospirando.
"Sì, sull'orlo del baratro ha capito la cosa più importante" miagolò Zorba.
"Ah sì? E cosa ha capito?" chiese l'umano.
"Che vola solo chi osa farlo" miagolò Zorba.
"Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù" lo salutò l'umano.
Zorba rimase a contemplarla finché non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatto nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto.

Grazie, davvero.

P.

domenica 16 dicembre 2007

Erminia, guardami, non sono più un giovanotto...

"So bene che hai un'amante in qualche parte del mondo e la vedi una volta ogni sei mesi per litigare. E' una bella cosa che tu voglia rimaner fedele a codesta strana amica, ma permettimi di non prendere la cosa tanto sul serio! In genere ho il sospetto che tu prenda l'amore maledettamente sul serio. Fallo pure, ama pure alla tua maniera ideale fin che vuoi: è affar tuo, io non c'entro, ma io devo provvedere per parte mia a che tu impari un po' meglio le piccole arti leggere ed i giuochi della vita: in questo campo ti faccio io da maestra e sarò una maestra migliore della tua amante ideale, sta pur sicuro. Tu hai molto bisogno, caro lupo della steppa, di dormire con una bella ragazza."
"Erminia", dissi un po' tormentato "guardami, non sono più un giovanotto!"
"Un ragazzino sei. E come eri troppo pigro per imparar a ballare fin che fu quasi troppo tardi, così eri anche troppo pigro per imparare ad amare. L'amore ideale e tragico, amico mio, quello lo sai benissimo, non ne dubito. Tanto di cappello! Ma ora imparerai anche ad amare umanamente ed alla maniera comune."

P.

martedì 11 dicembre 2007

Chesil Beach

Ce l'ho fatta. Ora mi metto qui e scrivo qualcosa sull'ultimo libro di Ian McEwan, mentre mangiucchio la prima fetta di panettone della stagione. A riguardo: il prossimo post sarà riguardo il Natale e quanto io lo odi, eccezion fatta per i dolci.

Ian McEwan è un mago della parola. Magari non è capace di scrivere grandi storie, di sostenere grandi strutture architetto-letterarie, o forse solo non vuole, o non gli interessa. Però la sua forza è la capacità di maneggiare le unità fondanti della lingua, le parole, per scrivere periodi, paragrafi, capitoli di bellezza abbagliante. E quando ti capita di leggere quelle frasi sensuali, dolci, neoclassiche, i periodi che disegnano un arabesco che parte dal soggetto e, dopo numerose volute arrotondate, termina con l'oggetto, rallenti la lettura, per non perderne neanche una sfumatura, così che durino un po' di più (come nella pubblicità della mozzarella, n.d.P.).

E poi, Edward lo amava, non di una passione bollente né incline al deliquio di cui aveva letto sui libri, ma di un attaccamento profondo, a volte filiale, a volte quasi materno. Le piaceva abbracciarlo, e sentire il gigantesco braccio di lui cingerle le spalle, le piaceva farsi baciare, benché non amasse la lingua in bocca e l'avesse chiarito, senza bisogno di ricorrere alle parole. Lo riteneva sotto ogni aspetto una persona originale, diversa da chiunque avesse conosciuto. Aveva immancabilmente con sé nella giacca un libro tascabile, in genere d'argomento storico, in caso si fosse ritrovato in una coda o in una sala d'attesa. Sottolineava quel che leggeva con un mozzicone di matita. Era praticamente l'unico uomo di sua conoscenza che non fumasse. Non aveva mai due calzini uguali. Disponeva di un'unica cravatta, striminzita, lavorata ai ferri, blu scura, che portava quasi sempre sulla camicia bianca. Florence adorava la sua mente curiosa,il leggero accento provinciale, l'immensa forza che aveva nelle mani, le imprevedibili sterzate e derive della sua conversazioni, la gentilezza con cui la trattava e il modo in cui i suoi dolci occhi castani la guardavano parlare facendola sentire avvolta da una soffice nuvola d'amore. A ventidue anni, Florence non aveva dubbi sul fatto di voler trascorrere il resto della sua vita con Edward Mayhew. Come poteva rischiare di perderlo?

Scrivere così è rischioso, McEwan scrive come suona Sokolov. McEwan si limita alla forma breve, mentre Sokolov rischia, affrontando, a volte con successo, a volte con meno, anche forme più estese. Eppure anche McEwan rischia. Perché se la tensione non rimane alta, se la storia non è perfetta, l'autore rischia di essere prolisso, noioso, anche in un libro di poco più di cento pagine. E qui ci va vicino. Ci racconta la prima notte di nozze di questa giovane coppia di paranoici, come li ho bollati io a metà libro. Che nell'Inghilterra del 1962, alla soglia di consumare il loro primo atto d'intimità (si può dire così?), sono tormentati dall'ignoranza nell'ambito amoroso e sopratutto da una zavorra di paranoie (lei una profonda repulsione per il sesso, lui la paura di fallire e il dubbio latente che siano troppo diversi, troppo diversa lei), che finiscono per far traboccare il vaso e segnare un crollo totale. Crollo del loro grande amore, della fiducia reciproca, della tranquillità e sicurezza del proprio futuro.

[Edward] Restò imperscrutabile, una sagoma bidimensionale paralizzata sullo sfondo del mare. Con un gesto incerto e nervoso, Florence si portò una mano alla fronte per scostare un capello immaginario. Presa dall'agitazione, si mise a parlare più in fretta, pur scandendo bene le sillabe. Come un pattinatore su uno strato di ghiaccio sottile, accelerava il passo per non annegare. Procedeva nelle frasi a rotta di collo, come se soltanto la velocità potesse garantirle una logica, come se così facendo sperasse di condurre anche Edward al di là dei controsensi, trascinarlo con tanta furia nella gimcana dei suoi propositi da non lasciargli appiglio per eventuali obiezioni. Perché in effetti non biascicava affatto le parole; al contrario, le pronunciava purtroppo con brusca chiarezza, pur essendo a un passo dalla disperazione.

L'analisi psicologica dei personaggi è profonda; McEwan ci racconta ambientazione, inizio, sviluppo della storia d'amore con cura e dovizia di particolari. Parallelamente scava negli anfratti delle loro menti, mentre si preparano a quello che è un atto inevitabile, desiderato da lui, temuto da lei. Atto che, tematica cara a McEwan, si trasforma in un punto di non ritorno. Il ritmo, fino a questo punto estremamente lento, subisce una brusca accelerata, come in certe pellicole; copre in poche pagine tutto il resto della vita dei due. Ciò d'importante, nella loro vita, è stato analizzato e sezionato minuziosamente. Il resto non è che fill-up, un rapido excursus su quello rimane della loro vita e del loro amore completamente distrutto da quella che era una crepa minuscola. Sono temi cari all'autore: amore prima travolgente e passionale; poi infelice, disperato, tragico. E in mezzo, un avvenimento, un fatto, un evento che è il punto di rottura, una rottura che velocemente diventa sempre più incolmabile. E forse sono proprio questi i momenti in cui dà il meglio di sé, nella breve descrizione di quel crollo che possiamo solo limitarci ad osservare, che, nonostante il nostro potere di intervenire, cambiare, chiarire le cose, ci limitiamo a subire passivamente, come spettatori inerti. Tutto sommato un bel libro, scritto benissimo come sempre. Ma assolutamente non all'altezza di capolavori come Cortesie per gli ospiti, L'amore fatale o Lettera a Berlino. Il primo consigliatissimo, ottanta pagine di meraviglia. Se lo leggete prima o poi, lasciatemi scritto qualcosa, un commento. Mi piacerebbe pensare cosa ne pensate.

A Chesil Beach Edward non avrebbe potuto richiamare Florence, o seguirla. Non sapeva, e nemmeno avrebbe voluto scoprirlo, che correndo lontano, sicura, nella sua disperazione, di essere sul punto di perderlo, Florence non si era mai sentita tanto innamorata e sgomenta, e che il suono della sua voce l'avrebbe raggiunta come una salvezza, che si sarebbe senz'altro voltata. Edward invece era rimasto impassibile nel suo silenzio virtuoso, in quel crepuscolo estivo, a guardarla correre via sulla spiaggia, mentre lo sciabordio delle piccole onde copriva il rumore dei suoi passi faticosi e Florence si riduceva a un punto sfocato in fuga sull'interminabile rettilineo di ciottoli sfavillanti nella luce fioca.

P.

sabato 24 novembre 2007

Der Steppenwolf

Tante persone si saranno identificate col protagonista di questo libro. Io sono uno dei tanti. Libro bellissimo, ancora più bello se letto a 18 anni (ne ho già parlato del fatto che ogni cosa ha un suo momento "ideale"?). Mi piace tanto Hesse, anche se non ho mai letto Siddharta. Mi piacciono le atmosfere medievalizzanti di Narciso e Boccadoro, mi piace l'incipit de Il gioco delle perle di vetro, che ho iniziato a leggere tre volte ma non ho mai superato pagina 200, mi piacciono le sue poesie, mi piace Il lupo della steppa. Anzi, adoro Il lupo della steppa.

C'era una volta un tale di nome Harry, detto il "lupo della steppa". Camminava con due gambe, portava abiti ed era un uomo, ma, a rigore, era un lupo. Aveva imparato parecchio di quel che possono imparare gli uomini dotati d'intelligenza, ed era uomo piuttosto savio. Ma una cosa non aveva imparato: a essere contento di sé e della sua vita. Non ci riusciva, era un uomo scontento. Ciò dipendeva probabilmente dal fatto che in fondo al cuore sapeva (o credeva di sapere) di non essere veramente un uomo, ma un lupo venuto dalla steppa. [...] in lui l'uomo e il lupo non erano appaiati e meno ancora si aiutavano a vicenda; al contrario vivevano in continua inimicizia mortale, e l'uno viveva a dispetto dell'altro, e quando in un sangue e in un anima ci sono due nemici mortali, la vita è un guaio. Certo, ciascuno ha il suo destino e nessuno ha la vita facile. Ora, nel nostro lupo della steppa avveniva questo: che nel suo sentimento faceva ora la vita del lupo, ora quella dell'uomo, come accade in tutti gli esseri misti, ma quando era lupo, l'uomo in lui stava a guardare, sempre in agguato per giudicare e condannare... e quando era uomo, il lupo faceva altrettanto. Per esempio, quando Harry uomo concepiva un bel pensiero, provava un sentimento nobile e fine o faceva una così detta buona azione, il lupo che aveva dentro digrignava i denti e sghignazzava, e gli mostrava con sanguinoso sarcasmo quanto era ridicola quella nobile teatralità sul muso di un animale della steppa, di un lupo che sapeva benissimo quali fossero i suoi piaceri, trottare cioè solitario attraverso le steppe, empirsi ogni tanto di sangue o dar caccia ad una lupa ... [...] specialmente molti artisti appartengono a questa categoria. Costoro hanno in sé due anime, due nature, hanno un lato divino ed uno diabolico, il sangue materno e il sangue paterno, e le loro capacità di godere e di soffrire sono così intrecciate, ostili e confuse tra loro come in Harry il lupo e l'uomo. E questi uomini la cui vita è molto irrequieta hanno talvolta nei rari momenti di felicità sentimenti così profondi e indicibilmente belli, la schiuma della beatitudine momentanea spruzza così alta e abbagliante sopra il mare del loro dolore, che quel breve baleno di felicità s'irradia anche sugli altri e li affascina. Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d'arte nelle quali un uomo che soffre s'innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità. Tutti questi uomini, qualunque siano le loro gesta e le loro opere, non hanno veramente alcuna vita, vale a dire la loro vita non è un'esistenza, non ha una forma, essi non sono eroi o artisti o pensatori come altri possono essere giudici, medici, calzolai o maestri, ma la loro vita è un moto eterno, una mareggiata penosa, è disgraziatamente e dolorosamente straziata, paurosa o insensata, quando non si voglia trovarne il significato proprio in quei rari avvenimenti e fatti, pensieri e opere che balzano luminosi sopra il caos di una simile vita. Tra gli uomini di questa specie è nato il pensiero pericoloso e terribile che forse tutta la vita umana è un grave errore, un aborto della Madre primigenia, un tentativo della Natura terribilmente fallito. Tra loro, però, è nato anche quell'altro pensiero, che cioè l'uomo non è forse soltanto un animale relativamente ragionevole ma un figlio degli dei destinato all'immortalità.

Ammetterete che è tragicamente lirico, e non può che colpire un diciottenne che si sente diverso dagli altri...

P.