When there's wine in your belly
Love rhythm's on your tongue
For you are a woman
And each man has been too young
But for me you were a lover
Gently under your cover
Your sheet reeks of odours
Oh i came here to hold and be held for a while
I've been drifting like a dream out on the sea
I've been drifting in between you and me
Everytime I think about you
I can't remember what I said or did
Was right or wrong, you know I just don't remember
All I wanna be is what you mean to me
All I wanna be is what you mean to me
Late last night as i dreamed in dizzy sunlight
I thought i heard your bare feet up the stairs
Just like a fool, just like a fool
I've been drifting
Like a dream out on the sea
I've been drifting in between what used to be
P.
Visualizzazione post con etichetta Tim. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tim. Mostra tutti i post
mercoledì 26 marzo 2008
martedì 20 novembre 2007
Dream letter (live in London)
Visto che non volete cose tristi, e io sono triste e sbattuto e solo, mi tocca ripescare un vecchio post da sistemare, così sistemo almeno questa, di cosa, dato che l'altra non ho idea di come fare.
Parliamo allora di quello che sto, in questo momento, ascoltando, cogliendo l'occasione per scrivere qualcosa in tono col titolo e l'indirizzo e la dedica del blog, cioè riguardante il grande Tim. Così mi passa il fine serata, e il tempo che (al tempo della prima stesura del post) è dilatato all'infinito dall'attesa di un messaggio che non arriva (non mi ricordo neanche quale, immagino da chi, non importa). Questo disco, intitolato postumamente come una delle canzoni più toccanti di Buckley padre, quella dedicata al figlio Jeff, è la testimonianza di un'incredibile performance tenuta alla Queen Elizabeth Hall il 10 Luglio del 1968, quando Tim aveva appena 21 anni. Ed è una testimonianza importantissima, grazie anche alla qualità della registrazione:
la pulizia e la presenza del suono sono incredibili anche per il giorno d'oggi. E' una fortuna che una tale perla di concerto sia stata catturata in una tale perla d'incisione, per consegnarci uno tra i migliori album live di sempre. Ed è stata una fortuna per me aver iniziato ad amare Tim Buckley grazie a questo album. La carica emotiva che riesce a comunicare è incredibile. La padronanza tecnica dello strumento-voce è a dir poco allucinante. Due ore di concerto, nessuna pausa, virtuosismi vocali senza sosta, nessuna, dico nessuna, stecca, neppure minima. E dire che Tim era assistito da una band, diciamo, d'emergenza. Non c'erano i soldi necessari per portare in Europa tutti i membri della band che avrebbe pochi anni dopo suonato in Happy Sad e in Blue Afternoon. Così il bassista e il percussionista erano stati costretti a rimanere in America; il primo venne sostituito egregiamente da Danny Thompson (che riuscì a calarsi perfettamente nella musica nonostante solo pochi giorni di prove con gli altri membri della band), il secondo rimpiazzato da David Friedman e dal suo vibrafono, che riuscì a donare a tutte le canzoni quella cifra interpretativa che poi sarà largamente ripresa negli album successivi, in particolare in Happy Sad. Gli arrangiamenti delle canzoni sono necessariamente modificati, in molti casi migliorati rispetto alla versione studio. Il concerto inizia con la presentazione dell'artista effettuata da un fortunato spettatore, scelto nella prima fila. E termina con un'ovazione, interminabile, che si placa solo quando tutta la band sparisce per l'ultima volta dietro le quinte. E in mezzo tante, tantissime emozioni. Tutte cantate da una voce da angelo. A partire dalla bellissima e straziante versione di Phantasmagoria in two, passando per la delicata The Earth is broken, per i virtuosismi vocali (anche eccessivi) di Who do you love (ma non fini a sé stessi, come quelli, per dire, del figlio Jeff nella nonostante tutto bellissima cover di The way young lovers do), per la tensione di Pleasant street e della title track, con la seconda che si scioglie nell' Happy time che Tim impiega nella composizione; per il falsetto di Hi Lily, Hi lo e per infine terminare con la tranquilla ballata d'amore Once I was. Ma vorrei soffermarmi solo un attimo sul brano che precede la chiusura del disco, cioè sulla rilettura del classico country Wayfarin' stranger. Canzone che classicamente (ad esempio nella versione di Johnny Cash) è un'innocente ballata di tre minuti, simile a tante altre canzoni country. Canzone che nella versione 12corde+voce di Buckley si trasforma invece in un grande racconto epico, ed i brividi corrono forti lungo la schiena quando Tim riprende a cantare che lui è un povero straniero errante, dopo il medley con You got me runnin', tanta è la tensione che riesce a comunicare. E questa tensione si scioglie, per l'ennesima volta, con l'ultimo bis, Once I was, con un Tim che ci lascia chiedendo(ci)
And sometimes I wonder
Just for a while
Will you remember me?
Certo che ti ricordiamo, Tim.
P.
Parliamo allora di quello che sto, in questo momento, ascoltando, cogliendo l'occasione per scrivere qualcosa in tono col titolo e l'indirizzo e la dedica del blog, cioè riguardante il grande Tim. Così mi passa il fine serata, e il tempo che (al tempo della prima stesura del post) è dilatato all'infinito dall'attesa di un messaggio che non arriva (non mi ricordo neanche quale, immagino da chi, non importa). Questo disco, intitolato postumamente come una delle canzoni più toccanti di Buckley padre, quella dedicata al figlio Jeff, è la testimonianza di un'incredibile performance tenuta alla Queen Elizabeth Hall il 10 Luglio del 1968, quando Tim aveva appena 21 anni. Ed è una testimonianza importantissima, grazie anche alla qualità della registrazione:
la pulizia e la presenza del suono sono incredibili anche per il giorno d'oggi. E' una fortuna che una tale perla di concerto sia stata catturata in una tale perla d'incisione, per consegnarci uno tra i migliori album live di sempre. Ed è stata una fortuna per me aver iniziato ad amare Tim Buckley grazie a questo album. La carica emotiva che riesce a comunicare è incredibile. La padronanza tecnica dello strumento-voce è a dir poco allucinante. Due ore di concerto, nessuna pausa, virtuosismi vocali senza sosta, nessuna, dico nessuna, stecca, neppure minima. E dire che Tim era assistito da una band, diciamo, d'emergenza. Non c'erano i soldi necessari per portare in Europa tutti i membri della band che avrebbe pochi anni dopo suonato in Happy Sad e in Blue Afternoon. Così il bassista e il percussionista erano stati costretti a rimanere in America; il primo venne sostituito egregiamente da Danny Thompson (che riuscì a calarsi perfettamente nella musica nonostante solo pochi giorni di prove con gli altri membri della band), il secondo rimpiazzato da David Friedman e dal suo vibrafono, che riuscì a donare a tutte le canzoni quella cifra interpretativa che poi sarà largamente ripresa negli album successivi, in particolare in Happy Sad. Gli arrangiamenti delle canzoni sono necessariamente modificati, in molti casi migliorati rispetto alla versione studio. Il concerto inizia con la presentazione dell'artista effettuata da un fortunato spettatore, scelto nella prima fila. E termina con un'ovazione, interminabile, che si placa solo quando tutta la band sparisce per l'ultima volta dietro le quinte. E in mezzo tante, tantissime emozioni. Tutte cantate da una voce da angelo. A partire dalla bellissima e straziante versione di Phantasmagoria in two, passando per la delicata The Earth is broken, per i virtuosismi vocali (anche eccessivi) di Who do you love (ma non fini a sé stessi, come quelli, per dire, del figlio Jeff nella nonostante tutto bellissima cover di The way young lovers do), per la tensione di Pleasant street e della title track, con la seconda che si scioglie nell' Happy time che Tim impiega nella composizione; per il falsetto di Hi Lily, Hi lo e per infine terminare con la tranquilla ballata d'amore Once I was. Ma vorrei soffermarmi solo un attimo sul brano che precede la chiusura del disco, cioè sulla rilettura del classico country Wayfarin' stranger. Canzone che classicamente (ad esempio nella versione di Johnny Cash) è un'innocente ballata di tre minuti, simile a tante altre canzoni country. Canzone che nella versione 12corde+voce di Buckley si trasforma invece in un grande racconto epico, ed i brividi corrono forti lungo la schiena quando Tim riprende a cantare che lui è un povero straniero errante, dopo il medley con You got me runnin', tanta è la tensione che riesce a comunicare. E questa tensione si scioglie, per l'ennesima volta, con l'ultimo bis, Once I was, con un Tim che ci lascia chiedendo(ci)And sometimes I wonder
Just for a while
Will you remember me?
Certo che ti ricordiamo, Tim.
P.
sabato 6 ottobre 2007
I had a talk
whit a friend, peccato che in inglese non si possa coniugare al femminile. Grazie, S., mi ha fatto un po' bene. Che di questi tempi non è poco.Settimana di buone notizie comunque. Tra quella che neanche mi saluta tanto è indaffarata a lavorare, a quell'altra che frequenta persone dalla confusa sessualità, all'altra ancora che ormai ho capito che love was just a game. Certe mie risposte del test sono simpatiche però. Non vi dico quali così siete costretti a leggerlo. Se lo volete fare (il test) mandatemelo (tanto la mail la sapete), che un modo per pubblicarlo lo trovo.
I had a talk with my woman, late last night
And she reassured me everything was alright
And time hung still like a falling rain
Now i know at last that my love is safe
Ah but when i go away my love i leave
Lord i'm but half a man without her by my side
She's this memory that i hold all around
She's this dream that i always hold to believe
I wanna go upon a mountain
And sing my love and sing my love
I wanna sing it high, sing it down low
Then i'm gonna know how long it's gonna last
Then i'm gonna know how long it's gonna last
Well you know your moses, oh lord he lost his way
Ah, and your jesus don't remember the words
Well then i guess it's just you and me brother
All alone in this cold world
All alone in this cold world
Ah, you gotta go upon a mountain
And learn to sing your love, learn to sing your love
You know i can sing it high, sing it down low
Then we gonna know how long it's gonna last
Then we gonna know how long it's gonna last
Hard rain, sweet rain, fall a little while longer
Wash down the city skies
Lord bring the streets alive
Make it like it was long before i was born
P.
I had a talk with my woman, late last night
And she reassured me everything was alright
And time hung still like a falling rain
Now i know at last that my love is safe
Ah but when i go away my love i leave
Lord i'm but half a man without her by my side
She's this memory that i hold all around
She's this dream that i always hold to believe
I wanna go upon a mountain
And sing my love and sing my love
I wanna sing it high, sing it down low
Then i'm gonna know how long it's gonna last
Then i'm gonna know how long it's gonna last
Well you know your moses, oh lord he lost his way
Ah, and your jesus don't remember the words
Well then i guess it's just you and me brother
All alone in this cold world
All alone in this cold world
Ah, you gotta go upon a mountain
And learn to sing your love, learn to sing your love
You know i can sing it high, sing it down low
Then we gonna know how long it's gonna last
Then we gonna know how long it's gonna last
Hard rain, sweet rain, fall a little while longer
Wash down the city skies
Lord bring the streets alive
Make it like it was long before i was born
P.
giovedì 12 luglio 2007
Gimme a B flat
After "Gypsy Woman", we walked backstage, stood in the wings breathing hard. "Gimme a B flat," Tim said. I played the chord for him. He hummed the key-tone, walked back out and sang "Anonymous Proposition" a cappella….To this day I have not heard another performance that matched the intimate melodic range, and musical beauty of that song and the way he sang it. "Anonymous Proposition" had appeared on Lorca but at Carnegie he sang it by himself, no group, no 12-string guitar, just him and his voice, radiant in the spotlight on one of the world's most revered stages, holding notes higher and longer and with greater strength and conviction and beauty than I had ever heard. He lived up to the spirits in that hallowed hall, the unnumbered great artists and composers who have set foot on that stage and given their all. Tears came to my eyes as I watched from the wings. He did it, he did it on his own, and he did it right. It was one of the highlights of his life. Mine, too
Mi sento fottutamente solo, stasera. Che ci stia ricascando? No no no no no no non voglio...
P.
Mi sento fottutamente solo, stasera. Che ci stia ricascando? No no no no no no non voglio...
P.
domenica 10 giugno 2007
Happy sad
Parliamo un po' di questo album di Tim, dato che l'ora è tarda per studiare la ricursione. Allora dedichiamoci a questa attività più piacevole e a me più congeniale. Devo confessare che non è il mio preferito. Gli metto davanti Lorca. Ma sono due album sotto certi aspetti simili.
Più legato alla tradizione Happy sad, più proiettato verso il mondo allucinato e allucinante di Starsailor Lorca; entrambi tuttavia marcati dalla dilatazione di forma e canto e dalla preminenza del tormento interiore di Tim, espresso sia nel piano-testi (ad esempio Dream Letter, dedicata alla moglie e al figlio Jeff) che sotto il piano prettamente musicale (il canto allucinato e dilaniato di Lorca). Punto di transito tra il Buckley folk e il Buckley jazz, Happy sad esce nel 1968 ed è il terzo album del'ormai non più folksinger. Abbandonata ormai definitivamente la forma canzone-da-3-minuti (che tornerà con Starsailor, ma con ben altre velleità artistiche, e in certi episodi di Blue Afternoon), in quest'album sono presenti solamente sei tracce, nelle quali è forte l'influenza jazz (vedi l'introduttiva Strange feelin') sia negli arrangiamenti sia nella rinuncia ad imbrigliare canzoni (e talento) in superati schematismi. Nemmeno la formazione è più caratteristica/tradizionale. Sono presenti l'onnipresente 12 corde di Buckley, ma a
ccompagnata da contrabbasso, congas, vibrafono, che contribuiscono a rendere liquida, marina l'atmosfera del disco. Un esempio su tutti è Love from room 109 at the Islander (from a pacific coast highway), e non solo per lo sciacquio delle onde del mare che accompagna tutta la canzone (e che si dice sia stato messo per coprire un fruscio difetto di registrazione, ma si rivela una delle idee più geniali del disco). Capolavoro, culmine dell'astrattismo ed esempio perfetto di quel tipo di canzone che è uno dei marchi di fabbrica di Tim: un tappeto sonoro, formato da chitarra, congas, vibrafono, sopra il quale la voce, come un pennello, che delinea tratti imprecisi, larghi, a volte solo abbozzati, di melodia e di testo. Per la prima volta una sua canzone supera la soglia dei dieci minuti, ne comprendiamo facilmente il perché: anche la pausa, il silenzio, l'esitazione divengono parte essenziale del discorso musicale, pariteticamente al suono ed al canto. Scaruffi parla di Happy sad come di un'ode al silenzio. E le pennellate sottovoce, un po' acquerello, un po' Van Gogh, un po' impressionistiche, si perdono leopardianamente nella quiete e nella calma, tra le onde dell'oceano, come una scialuppa alla deriva.

Possiamo legare le sei canzoni del disco in tre coppie. La prima: l'influenza jazz-folk, il legame con il passato (del Buckley folksinger) e il presente (del Miles Davis di Kind of Blue). In Strange feelin' l'influenza jazz è spiccata, ma tuttavia annacquata nello spleen. Spleen che si ripresentera più tardi in maniera ancora più massiccia, e che qui trova le sue prime avvisaglie.
I got this strange feelin’ deep down my heart/ I can’t tell what it is/ but it won’t let go/ it happens every time/ I give you more than what I have/ but now all I need is a little time to sing this song/ and I think we’re gonna find a way to lose this strange feelin’
Buzzin' fly, ritmata e spensierata, si allaccia fortemente al passato folk di Buckley, con chitarra e vibrafono in evidenza. Ma oltre a riallacciarsi al passato lancia la sfida al futuro: potremmo parlare di sublimazione dell'esteriorita folk, utilizzo di materiale folk (filtrato da jazz e funk) in una forma estesa e lanciata verso il futuro (ed anche verso la seconda parte del disco).
La seconda, appunto: la dilatazione (qui ancora umana, non ancora divina e trascendente come in Lorca), lo spleen, il naufragio nel mare del tormento. Lo splendido acquerello in riva all'oceano di Love from room 109, ma anche la lettera alla moglie e al figlio, l'altro Buckley, Jeff. Il materiale è lo stesso, il tappeto sonoro, le larghe pennellate della voce, malinconica e sperduta, i contorni sfumati ed indefiniti, la desolazione di un uomo vissuto in disparte, debole e indifeso, e proprio in quanto tale uomo.

Sleep inside my dreams tonight/ All I need to know tonight are you and my child/ Oh, is he a soldier or is he a dreamer?/ Is he mama's little man?/ Does he help you when he can?/ Or does he ask about me?/ Just like a soldier boy/ I been out fighting wars/ That the world never knows about/ But I never win them loud
Terza parte: la magia di Buckley. Il ritmo, il caos, la tribalità, la carnalità. Gypsy woman, la dimostrazione finale di quanto sia impossibile rinchiudere l'estro in inutili schemi. E' il capolavoro vero del disco, il trapasso dello stile di Buckley, avvisaglia di quello che sarà il navigatore delle stelle: è lo riempire le lunghe pause delle precedenti canzoni, l'accelerare il ritmo ed il tempo. E' il trascendere la figura del cantante tradizionale. Le pennellate della voce non sono più larghe, sono strette, brevi, pungenti. Ma non sono neanche più pennellate ormai. Sono graffi sulla tela, schizzi di colore, tagli alla Fontana. La voce non canta più, ma urla, stride, geme, abbaia, si contorce su sé stessa, cambia registro con allucinante disinvoltura, diventa essa stessa strumento. Il tappeto sonoro è quasi unicamente composto da percussioni. Il ritmo, tribale, ti avvolge, ti soffoca, ti prende, non ti lascia andare. E' una spirale che ti porta con sé in un vortice di stili, suoni, tecniche e generi. Non c'è via d'uscita. Bisogna seguire Buckley fino all'abisso, per poi uscirne purificati, con la romantica elegia di Sing a song for you.
In my heart is where I long for you/ In my smile I search for you/ Each time you turn and run away I cry inside/ My silly way, just too young to know any more/ In my world the devil dances and dares/ To leave my soul just anywhere/ Until I find peace in this world/ I'll sing a song everywhere I can
L'ultima parte del disco è un grande esempio di come fare musica edonista e profonda al tempo stesso: come parlare di sesso e amore senza essere superficiali. La carnalità della Gipsy woman, e poi la tenerezza nel dopo, quando Sing a song for you; i due lati dell'amore: fisico e spirituale, bestiale-animalesco e razionale-umano.
P.
Più legato alla tradizione Happy sad, più proiettato verso il mondo allucinato e allucinante di Starsailor Lorca; entrambi tuttavia marcati dalla dilatazione di forma e canto e dalla preminenza del tormento interiore di Tim, espresso sia nel piano-testi (ad esempio Dream Letter, dedicata alla moglie e al figlio Jeff) che sotto il piano prettamente musicale (il canto allucinato e dilaniato di Lorca). Punto di transito tra il Buckley folk e il Buckley jazz, Happy sad esce nel 1968 ed è il terzo album del'ormai non più folksinger. Abbandonata ormai definitivamente la forma canzone-da-3-minuti (che tornerà con Starsailor, ma con ben altre velleità artistiche, e in certi episodi di Blue Afternoon), in quest'album sono presenti solamente sei tracce, nelle quali è forte l'influenza jazz (vedi l'introduttiva Strange feelin') sia negli arrangiamenti sia nella rinuncia ad imbrigliare canzoni (e talento) in superati schematismi. Nemmeno la formazione è più caratteristica/tradizionale. Sono presenti l'onnipresente 12 corde di Buckley, ma a
ccompagnata da contrabbasso, congas, vibrafono, che contribuiscono a rendere liquida, marina l'atmosfera del disco. Un esempio su tutti è Love from room 109 at the Islander (from a pacific coast highway), e non solo per lo sciacquio delle onde del mare che accompagna tutta la canzone (e che si dice sia stato messo per coprire un fruscio difetto di registrazione, ma si rivela una delle idee più geniali del disco). Capolavoro, culmine dell'astrattismo ed esempio perfetto di quel tipo di canzone che è uno dei marchi di fabbrica di Tim: un tappeto sonoro, formato da chitarra, congas, vibrafono, sopra il quale la voce, come un pennello, che delinea tratti imprecisi, larghi, a volte solo abbozzati, di melodia e di testo. Per la prima volta una sua canzone supera la soglia dei dieci minuti, ne comprendiamo facilmente il perché: anche la pausa, il silenzio, l'esitazione divengono parte essenziale del discorso musicale, pariteticamente al suono ed al canto. Scaruffi parla di Happy sad come di un'ode al silenzio. E le pennellate sottovoce, un po' acquerello, un po' Van Gogh, un po' impressionistiche, si perdono leopardianamente nella quiete e nella calma, tra le onde dell'oceano, come una scialuppa alla deriva.
Possiamo legare le sei canzoni del disco in tre coppie. La prima: l'influenza jazz-folk, il legame con il passato (del Buckley folksinger) e il presente (del Miles Davis di Kind of Blue). In Strange feelin' l'influenza jazz è spiccata, ma tuttavia annacquata nello spleen. Spleen che si ripresentera più tardi in maniera ancora più massiccia, e che qui trova le sue prime avvisaglie.
I got this strange feelin’ deep down my heart/ I can’t tell what it is/ but it won’t let go/ it happens every time/ I give you more than what I have/ but now all I need is a little time to sing this song/ and I think we’re gonna find a way to lose this strange feelin’
Buzzin' fly, ritmata e spensierata, si allaccia fortemente al passato folk di Buckley, con chitarra e vibrafono in evidenza. Ma oltre a riallacciarsi al passato lancia la sfida al futuro: potremmo parlare di sublimazione dell'esteriorita folk, utilizzo di materiale folk (filtrato da jazz e funk) in una forma estesa e lanciata verso il futuro (ed anche verso la seconda parte del disco).
La seconda, appunto: la dilatazione (qui ancora umana, non ancora divina e trascendente come in Lorca), lo spleen, il naufragio nel mare del tormento. Lo splendido acquerello in riva all'oceano di Love from room 109, ma anche la lettera alla moglie e al figlio, l'altro Buckley, Jeff. Il materiale è lo stesso, il tappeto sonoro, le larghe pennellate della voce, malinconica e sperduta, i contorni sfumati ed indefiniti, la desolazione di un uomo vissuto in disparte, debole e indifeso, e proprio in quanto tale uomo.

Sleep inside my dreams tonight/ All I need to know tonight are you and my child/ Oh, is he a soldier or is he a dreamer?/ Is he mama's little man?/ Does he help you when he can?/ Or does he ask about me?/ Just like a soldier boy/ I been out fighting wars/ That the world never knows about/ But I never win them loud
Terza parte: la magia di Buckley. Il ritmo, il caos, la tribalità, la carnalità. Gypsy woman, la dimostrazione finale di quanto sia impossibile rinchiudere l'estro in inutili schemi. E' il capolavoro vero del disco, il trapasso dello stile di Buckley, avvisaglia di quello che sarà il navigatore delle stelle: è lo riempire le lunghe pause delle precedenti canzoni, l'accelerare il ritmo ed il tempo. E' il trascendere la figura del cantante tradizionale. Le pennellate della voce non sono più larghe, sono strette, brevi, pungenti. Ma non sono neanche più pennellate ormai. Sono graffi sulla tela, schizzi di colore, tagli alla Fontana. La voce non canta più, ma urla, stride, geme, abbaia, si contorce su sé stessa, cambia registro con allucinante disinvoltura, diventa essa stessa strumento. Il tappeto sonoro è quasi unicamente composto da percussioni. Il ritmo, tribale, ti avvolge, ti soffoca, ti prende, non ti lascia andare. E' una spirale che ti porta con sé in un vortice di stili, suoni, tecniche e generi. Non c'è via d'uscita. Bisogna seguire Buckley fino all'abisso, per poi uscirne purificati, con la romantica elegia di Sing a song for you.
In my heart is where I long for you/ In my smile I search for you/ Each time you turn and run away I cry inside/ My silly way, just too young to know any more/ In my world the devil dances and dares/ To leave my soul just anywhere/ Until I find peace in this world/ I'll sing a song everywhere I can
L'ultima parte del disco è un grande esempio di come fare musica edonista e profonda al tempo stesso: come parlare di sesso e amore senza essere superficiali. La carnalità della Gipsy woman, e poi la tenerezza nel dopo, quando Sing a song for you; i due lati dell'amore: fisico e spirituale, bestiale-animalesco e razionale-umano.
P.
martedì 29 maggio 2007
Phantasmagoria in two
Non c'ho proprio niente da fare... E' che sto facendo gli impacchi di ghiaccio al ginocchio, e poi lo sapevo già che non avrei studiato. Il testo che volevo mettere è di Tim, e prosegue nella scia del penutlimo post. Se Exit music è delle più belle canzoni degli anni '90, questa Scaruffi la definisce la più bella canzone d'amore di tutti i tempi. E io concordo. Strana come canzone d'amore: non è una ballatona, non è una sfilza di promesse, non è lirica, non è dolce, non è melensa, non è supplichevole, non è una canzone d'amore. E' una malinconia eterna e struggente, è un magone di vuoto che comprime il petto e impedisce all'urlo di esplodere (Scaruffi). E' tragica. Ne abbiamo tre versione. La prima è dall'album Goodbye and hello, con il solito arrangiamento un po' barocco, e la voce limpida di Tim. La seconda, forse la più bella, dal live Dream Letter. Infine una non si sa di quale provenienza, registrata in un bootleg.
If a fiddler played you a song, my love
And if I gave you a wheel
Would you spin for my heart and loneliness
Would you spin for my love
If I gave up all of my pride for you
And only loved you for now
Would you hide my fears and never say
Tomorrow I must go
Everywhere there's rain my love
Everywhere there's fear
If you tell me a lie I'll cry for you
Tell me of sin and I'll laugh
If you tell me of all the pain you've had
I'll never smile again
Everywhere theres rain my love
Everywhere theres fear
I can plainly see that our parts have changed
Our sands are shifting around
Need I beg to you for one more day
To find our lonely love
Everywhere there's rain my love
Everywhere there's fear
And if I gave you a wheel
Would you spin for my heart and loneliness
Would you spin for my love
If I gave up all of my pride for you
And only loved you for now
Would you hide my fears and never say
Tomorrow I must go
Everywhere there's rain my love
Everywhere there's fear
If you tell me a lie I'll cry for you
Tell me of sin and I'll laugh
If you tell me of all the pain you've had
I'll never smile again
Everywhere theres rain my love
Everywhere theres fear
I can plainly see that our parts have changed
Our sands are shifting around
Need I beg to you for one more day
To find our lonely love
Everywhere there's rain my love
Everywhere there's fear
E' una canzone raffinata, ancora più di True love waits. Quì siamo sicuri che nessuno la mettera nella compilation "Ti amo tanto, e queste sono le nostre canzoni d'amore, e nessuna di esse riesce a dire quello che provo per te, che ti amo tanto tanto tanto. Smack smack il tuo tato." Per fortuna direi. Ogni tanto sono contento che a conoscere Tim siamo in così pochi. Ah nota a margine: chi si è accorto che in questo testo c'è l'indirizzo del mio blog?
P.
P.
mercoledì 9 maggio 2007
Palliativo? Tim's voice
Devo occupare un po' il tempo, se no non resisto. E allora parliamo un po' di Tim, anzi, della voce di Tim. Perché oltre ad essere stato un fantastico songwriter folk, poi sperimentatore, punto di contatto di folk, jazz, musica "colta" moderna (Berio, Ligeti), Tim aveva la voce più bella di sempre. Non la più estesa magari, non la più tecnica, non quella col timbro più caratteristico o personale. Ma per me è senza ombra di dubbio la più bella. Ed è bello anche seguirne l'evoluzione: dalla voce pura, cristallina di Goodbye and Hello, che rispecchia i suoi 20 anni (sic!), agli ululati bestiali di Gypsy Woman, a quella che non è più voce, ma un vero e proprio strumento musicale, di Starsailor per infine giungere alla voce di uomo, quella ad esempio di Dolphins all' Old Grey Whistle Test (e non dico quella degli ultimi album, che non ho ascoltato e non ascolterò mai).
20 anni: esce Goodbye and Hello, influenzato dalla scena musicale del periodo (con quell'arrangiamento di troppo che lo rende un pochetto trash), con una sfilza di canzoni da storia della musica. La voce è purissima, cristallina, eterea: il canto delle prime due strofe di Morning Glory sono quanto di più vicino a come io penso sia la voce degli angeli, tutta Phantasmagoria in two è dominata dal suo canto etereo, la semplice Once I was è quasi per intero sostenuta unicamente dalla voce e dal timbro. Tim non disdegna tuttavia il registro grave, come in tutta Pleasant Street, e in particolare nel down, down, down, l'abisso in cui ti porta (e lo porterà) la droga.
21 anni: nel live in Londra del 1968, pubblicato come Dream Letter - live in London, già qualcosa
è cambiato. In un anno la voce cambia, e basta paragonare le canzoni presenti in entrambi i dischi per rendersene conto. L'intonazione è meno eterea, astratta, si avvicina al concreto e a quel registro medio in cui Tim è inarrivabile. Un occhio di riguardo per Dolphins, che verrà riproposta lungo tutta la sua carriera, per i virtuosismi bestiali di Who do you love, per l'epica e bellissima Wayfaring stranger. In generale la voce è più coinvolgente, un pelo più grave, più concreta, cosa che carica di ulteriore drammaticità canzoni come Pleasant Street. Non scordiamoci che è un concerto di 2 ore non stop, cui inoltre Tim sbaglierà l'intonazione di forse una o due note. Una vera e propria macchina da canto.
22 anni, un altro live: al Trobadour registra una decina di canzoni tra cui una versione bestiale di Gypsy Woman: l'assolo vocale con cui termina la canzone è davvero da brividi, e mostra tutto quello che può con le corde vocali: bassi terrifici, acuti allucinati, pianissimi. Tutte le volte che gli strumenti si mettono a tacere e lancia questo solo un brivido mi prende la schiena, per poi poi terminare quando le congas timidamente cercano di riprendere spazio per la conclusione strumentale.
Saltiamo a 24 anni, con Starsailor. La voce non è più voce che canta, è strumento che suona. Tim ha affinato le capacità tecniche, come dice Scaruffi, che apprezzo tanto quando parla di Tim (e un po' meno quando parla di Radiohead)
"Lo stile vocale di Buckley ha ormai raggiunto la perfezione tecnica e puo' permettersi qualunque suono: secoli di tradizione vocale nera sono stati sintetizzati in una perfetta macchina di shout, cry, acuti, scat, rap, whoop, fade-out, e ogni sorta di saliscendi spericolati su e giu' per le scale tonali, con duttilità praticamente illimitata."
Ormai è l'apice della carriera di Buckley, le sperimentazioni l'hanno lanciato
oltre le stelle, e purtroppo ora comincia la discesa. Artistica, ma anche vocale. La voce diventa più adulta, rimane particolarissima e bella, ma la necessita di far soldi la costringe in una gabbia di soul e funky. Buckley non si libra più tra le stelle, ma si limita a navigare in un triste showbiz. Chi gli avrebbe d'altra parte dato un'altra occasione dopo Starsailor? E in tale caso cosa avrebbe sfornato, se fosse stato libero di seguire il suo enorme, illimitato talento? E fin dove si sarebbe spinta la sua voce, che già saltellava qua e là tra le stelle?
Qui una bellissima, breve storia della sua vita e della sua arte.
P.
21 anni: nel live in Londra del 1968, pubblicato come Dream Letter - live in London, già qualcosa
è cambiato. In un anno la voce cambia, e basta paragonare le canzoni presenti in entrambi i dischi per rendersene conto. L'intonazione è meno eterea, astratta, si avvicina al concreto e a quel registro medio in cui Tim è inarrivabile. Un occhio di riguardo per Dolphins, che verrà riproposta lungo tutta la sua carriera, per i virtuosismi bestiali di Who do you love, per l'epica e bellissima Wayfaring stranger. In generale la voce è più coinvolgente, un pelo più grave, più concreta, cosa che carica di ulteriore drammaticità canzoni come Pleasant Street. Non scordiamoci che è un concerto di 2 ore non stop, cui inoltre Tim sbaglierà l'intonazione di forse una o due note. Una vera e propria macchina da canto.
22 anni, un altro live: al Trobadour registra una decina di canzoni tra cui una versione bestiale di Gypsy Woman: l'assolo vocale con cui termina la canzone è davvero da brividi, e mostra tutto quello che può con le corde vocali: bassi terrifici, acuti allucinati, pianissimi. Tutte le volte che gli strumenti si mettono a tacere e lancia questo solo un brivido mi prende la schiena, per poi poi terminare quando le congas timidamente cercano di riprendere spazio per la conclusione strumentale.Saltiamo a 24 anni, con Starsailor. La voce non è più voce che canta, è strumento che suona. Tim ha affinato le capacità tecniche, come dice Scaruffi, che apprezzo tanto quando parla di Tim (e un po' meno quando parla di Radiohead)
"Lo stile vocale di Buckley ha ormai raggiunto la perfezione tecnica e puo' permettersi qualunque suono: secoli di tradizione vocale nera sono stati sintetizzati in una perfetta macchina di shout, cry, acuti, scat, rap, whoop, fade-out, e ogni sorta di saliscendi spericolati su e giu' per le scale tonali, con duttilità praticamente illimitata."
Ormai è l'apice della carriera di Buckley, le sperimentazioni l'hanno lanciato
oltre le stelle, e purtroppo ora comincia la discesa. Artistica, ma anche vocale. La voce diventa più adulta, rimane particolarissima e bella, ma la necessita di far soldi la costringe in una gabbia di soul e funky. Buckley non si libra più tra le stelle, ma si limita a navigare in un triste showbiz. Chi gli avrebbe d'altra parte dato un'altra occasione dopo Starsailor? E in tale caso cosa avrebbe sfornato, se fosse stato libero di seguire il suo enorme, illimitato talento? E fin dove si sarebbe spinta la sua voce, che già saltellava qua e là tra le stelle?Qui una bellissima, breve storia della sua vita e della sua arte.
P.
domenica 6 maggio 2007
About God or religion
Ho fatto un salto poco fa sul sito ufficiale di Tim, per copiare il link da mettere negli interessi a destra. E c'era una frase, sua, in alto, in Tim's Words:
I don't know anything about God or religion or anything like that. I just believe in people and what can happen between people. Being a musician I see the power of music much more than I see the power of God.
Anch'io credo in quello che può accadere tra le persone. Ma io non credo nelle persone, in generale. La gente è stupida, si ferma all'apparenza, è ipocrita, pensa solo al proprio interesse. Tranne rare eccezioni, ovviamente. Ad esempio io :) Niente immagini, non c'è niente che ci stia bene qui. Alla prossima.
P.
I don't know anything about God or religion or anything like that. I just believe in people and what can happen between people. Being a musician I see the power of music much more than I see the power of God.
Anch'io credo in quello che può accadere tra le persone. Ma io non credo nelle persone, in generale. La gente è stupida, si ferma all'apparenza, è ipocrita, pensa solo al proprio interesse. Tranne rare eccezioni, ovviamente. Ad esempio io :) Niente immagini, non c'è niente che ci stia bene qui. Alla prossima.
P.
Here I am, here I am
Here I am, here I am... Come cantava Tim in una delle sue più belle song, quella alla sirena. A quella è ispirato il nome del blog, e a lui è ispirato tutto il blog. Blog... Eh già ci sono cascato. Non ho mai tenuto un diario; cosa mi spinge a aprire un blog, ora, nel 2007, quando ormai il blog non è più novità e soprattutto quando ormai sono un vecchione? Non che sia tanto vecchio da essergli stato contemporaneo, no, figuriamoci, io che alla caduta del muro avevo appena dismesso il pannolone... E allora perchè ho aperto 'sto coso? Cosa me ne faccio, che tanto nessuno lo leggerà, anzi, non ho proprio intenzione che le persone che conosco lo leggano, tanto che non dirò a nessuno: "Ehi, sai che ho aperto un blog?" Mah...
Forse ho solo bisogno di mettere ordine nei miei pensieri, di dare forma compiuta a quell'ammasso di stupidate che ho in testa. E allora posso dire che questo blog l'ho fatto per me, solo per me, per poterci perdere un po' di tempo quando non ho voglia di studiare deformazioni di varietà complesse, spaccarmi la testa su sheaves e presheaves, sulle dimostrazioni long and computational (so please stay with us) del Kodaira, sulle radici di -1, su x che non è una variabile ma un insieme ma non è una classe propria, ebbasta matematica...
Vabbé, mi ero proposto una cosa, ma dato che ormai è Domenica non posso più farla... Facciamo così, torniamo indietro di mezz'ora, così posso dire che oggi e non ieri mi è arrivato il DVD di Tim, preordinato su Amazon un mesetto fa. Ho guardato solo le performances, belle, le avevo già viste sul tubo, ma sulla tivi sono un'altra cosa. Uno di questi giorni mi guardo il resto, lo prometto. Vi lascio con la più bella di queste, la trovate, manco a dirlo, sul tubo, basta cercare Tim Buckley - Song to the Siren - Live at the Monkees Show. Non posto link, che magari poi expirano i link...
Forse ho solo bisogno di mettere ordine nei miei pensieri, di dare forma compiuta a quell'ammasso di stupidate che ho in testa. E allora posso dire che questo blog l'ho fatto per me, solo per me, per poterci perdere un po' di tempo quando non ho voglia di studiare deformazioni di varietà complesse, spaccarmi la testa su sheaves e presheaves, sulle dimostrazioni long and computational (so please stay with us) del Kodaira, sulle radici di -1, su x che non è una variabile ma un insieme ma non è una classe propria, ebbasta matematica...
Vabbé, mi ero proposto una cosa, ma dato che ormai è Domenica non posso più farla... Facciamo così, torniamo indietro di mezz'ora, così posso dire che oggi e non ieri mi è arrivato il DVD di Tim, preordinato su Amazon un mesetto fa. Ho guardato solo le performances, belle, le avevo già viste sul tubo, ma sulla tivi sono un'altra cosa. Uno di questi giorni mi guardo il resto, lo prometto. Vi lascio con la più bella di queste, la trovate, manco a dirlo, sul tubo, basta cercare Tim Buckley - Song to the Siren - Live at the Monkees Show. Non posto link, che magari poi expirano i link...
Long afloat on shipless oceans
I did all my best to smile
'Til your singing eyes and fingers
Drew me loving to your isle
And you sang
Sail to me
Sail to me
Let me enfold you
Here I am
Here I am
Waiting to hold you
Did I dream you dreamed about me?
Were you hare when I was fox?
Now my foolish boat is leaning
Broken lovelorn on your rocks,
For you sing, touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, o my heart shies from the sorrow
I am puzzled as the newborn child
I am troubled at the tide:
Should I stand amid the breakers?
Should I lie with Death my bride?
Hear me sing, swim to me, swim to me, let me enfold you:
Here I am, here I am, waiting to hold you
I did all my best to smile
'Til your singing eyes and fingers
Drew me loving to your isle
And you sang
Sail to me
Sail to me
Let me enfold you
Here I am
Here I am
Waiting to hold you
Did I dream you dreamed about me?
Were you hare when I was fox?
Now my foolish boat is leaning
Broken lovelorn on your rocks,
For you sing, touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, o my heart shies from the sorrow
I am puzzled as the newborn child
I am troubled at the tide:
Should I stand amid the breakers?
Should I lie with Death my bride?
Hear me sing, swim to me, swim to me, let me enfold you:
Here I am, here I am, waiting to hold you
Brividi, brividi, fortissimi brividi a vederlo sfiorare la 12 corde, a sentire la sua voce cantare queste parole, sentirlo cantare waiting to hold you mentre sto pensando a Lei... Una cosa fuori dal mondo, incredibile. E ancora adesso praticamente nessuno se lo fila... :( Triste posto il mondo, se lo dovessimo giudicare solo per questo :(
Domani imparo come mettere le foto, ora ho sonno.
Buonanotte a tutti.
P.
Domani imparo come mettere le foto, ora ho sonno.
Buonanotte a tutti.
P.
Iscriviti a:
Post (Atom)